Il bosco si difende. L’ultima “terra comune” dei Castelli romani

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Il bosco si difende. L’ultima “terra comune” dei Castelli romani
(disegno di pietro cozzi)

La pioggia gelida del primo mattino si placa, le nuvole lasciano passare perfino un po’ di sole, man mano che le persone affluiscono nella piazza principale dei Campi d’Annibale, una delle aree più urbanizzate dei Castelli romani, nel territorio di Rocca di Papa. Nonostante il meteo incerto, il primo corteo contro il disboscamento dei Colli Albani è un successo. Siamo a metà febbraio e il Comitato protezione boschi dei Colli Albani ha chiamato a raccolta abitanti, associazioni e collettivi per marciare tra le strade del borgo di Rocca di Papa con l’obiettivo di arrivare sotto la sede del Parco regionale dei Castelli romani. La piattaforma rivendicativa è frutto di diversi mesi di controllo popolare, studio e mobilitazioni da parte del giovane comitato, costituito poco più di un anno prima: i tagli boschivi stanno violentando il territorio e i suoi beni patrimoniali; gli interessi economici dietro il cosiddetto ceduo (metodo di “governo” del bosco che consente la ricrescita delle piante dopo alcuni anni dal taglio del fusto) sono soverchianti rispetto all’interesse collettivo di protezione del bosco che i comuni, l’ente parco e tutte le istituzioni hanno di fatto smesso di perseguire. Il taglio massiccio va fermato, sostiene il fronte sempre più ampio di organizzazioni e residenti che si è compattato intorno all’attività del comitato, altrimenti il disastro ambientale e sociale diventerà irreversibile.

Per le strade della Rocca il corteo raccoglie la solidarietà di abitanti e commercianti che si affacciano dalle finestre e dalle botteghe, si uniscono alla marcia per qualche tratto, raccontano le loro storie sull’importanza del bosco per questa comunità. I manifestanti chiedono una moratoria al taglio ceduo che interessa la quasi totalità degli ottomila ettari sotto la gestione dell’ente parco, tagli che vengono effettuati in modo intensivo, distruggendo gli ecosistemi naturali e i preziosi sentieri della via Francigena, la via Sacra, l’Ippovia, cammini millenari sventrati dal continuo passaggio di ruspe e cingolati. Durante il corteo alcuni anziani boscaioli si fermano a parlare con attivisti e cittadini; sostengono le ragioni della mobilitazione perché, raccontano, le tecniche tradizionali avvenivano a passo di mulo, in aree circoscritte e diffuse, nel più minuzioso rispetto dei cicli vegetativi. Era un’economia di sussistenza, a beneficio delle famiglie locali, ben diversa dall’industria su vasta scala che oggi riceve dalle istituzioni il lasciapassare per massacrare l’ambiente boschivo a beneficio di grandi interessi privati. A differenza dei boscaioli solidali, infatti, nei giorni precedenti la manifestazione iniziano a circolare online tentativi di denigrazione da parte di improvvisati sodalizi di impresari del legname che rivendicano il loro diritto a disboscare, con il solito mantra sull’occupazione e goffi tentativi di greenwashing. Tuttavia, sono gli stessi che ci svelano parte della destinazione del legname tagliato: l’edilizia, soprattutto quella destinata alle classi più agiate, interessate a impreziosire le proprie abitazioni ecosostenibili con il castagno locale; ma anche il commercio di scarti della lavorazione del legno, materiale imprescindibile per il funzionamento di tutta una serie di impianti industriali, tra cui quelli per la produzione di cemento.

C’è infatti una forte connessione tra il disboscamento dei Colli Albani e l’implacabile cementificazione di cui il territorio è vittima da decenni. Come hanno spiegato alcuni interventi alla fine del corteo, il bosco per queste comunità ha sempre rappresentato l’ultimo margine, la barriera verde contro l’avanzare della metropoli. Mentre Roma si espandeva a sud-est e la pianura della provincia ne subiva le conseguenze in termini di impatto urbano (con la nascita di agglomerati tra i più densamente popolati della penisola), gran parte dei centri collinari sulle pendici del vulcano laziale venivano risparmiati dallo tsunami speculativo proprio grazie alla muraglia alberata. Ma il bosco da solo non sarebbe bastato. Soprattutto la mobilitazione popolare, che negli anni Ottanta porterà alla nascita del Parco regionale dei Castelli romani, è riuscita a porre un primo importante freno a cementificazione, crisi idrica e disboscamenti. Purtroppo lo stesso ente parco, nato dalle lotte delle comunità, nei decenni successivi e per diverse ragioni non è stato in grado di fermare quelle che oggi rappresentano le più pesanti nocività nell’area, cui si aggiunge l’aggressione estrattivista del ciclo dei rifiuti capitolino.

La pressione antropica è implacabile, frutto di una profonda commistione tra interessi politici ed economico-finanziari sull’utilizzo del suolo nei Castelli romani. In tutta l’area si contano ormai oltre 350 mila residenti, mentre i servizi diminuiscono sotto i colpi della scure neoliberista che taglia le strutture socio-sanitarie e disincentiva la pianificazione pubblica del territorio. La stessa pressione antropica è tra le principali cause dell’abbassamento drammatico del livello dei laghi di Albano e di Nemi, un processo che sembra inarrestabile e che porterà a una crisi idrica dell’intera falda a fronte dei 172 mila litri d’acqua al giorno che serviranno all’inceneritore di Santa Palomba, se non verrà fermato prima.

Ma il legame tra motoseghe e betoniere non si ferma qui. Come accennato, gli scarti della lavorazione del legno servono anche ad alimentare gli impianti per la produzione industriale della calce e di altri materiali per l’edilizia. Tra le vertenze presenti al corteo c’erano anche rappresentanti della lotta contro l’ampliamento dell’impianto Fassa Bortolo di Artena, il quale per funzionare avrà bisogno di circa 30 mila tonnellate di questi scarti! È verosimile che il ceduo locale sarà una fonte appetibile.

La mattina del corteo, dentro la sede dell’ente parco non c’è nessuno. Nessuno che possa ricevere i manifestanti, nessun comunicato nelle ore successive, solo un silenzio assordante. Si affaccia il sindaco di Rocca di Papa, contestato della piazza per voler difendere l’idea che si può continuare a tagliare con ritmi non dissimili da quelli attuali, purché ciò avvenga nella “legalità” delle concessioni. Nonostante il botta e risposta in piazza, al sindaco viene riconosciuta dagli organizzatori almeno la decenza di aver aperto un dialogo. Le realtà presenti sono le stesse che hanno intrapreso in questi mesi un percorso comune di messa a sistema delle mobilitazioni sulle singole vertenze e di analisi degli intrecci tra ognuna di esse. La rete ha iniziato a incontrarsi mensilmente in assemblee pubbliche (l’ultima lo scorso 21 marzo a Genzano), lanciando una nuova grande mobilitazione congiunta per fine maggio, dove far emergere in modo chiaro la relazione tra le nocività, tra i nodi del sistema estrattivo sui Castelli romani, e dunque delle lotte per provare a contrastarlo. Deforestazione, crisi idrica, consumo di suolo, discariche e combustori, questione abitativa, diritto a restare per comunità umane e non. Simili processi intersezionali non sono una novità in questo territorio. C’è una lunga storia ai Castelli romani che parte dalle lotte contadine per la terra e per la casa, e arriva ai conflitti ambientali, l’antifascismo militante, i comitati per la sanità pubblica, i collettivi transfemministi, la solidarietà con la comunità palestinese, l’implacabile lotta No Inc.

Sempre a proposito di storia, a margine della manifestazione qualcuno si domanda da quanto tempo non si vedesse un corteo simile per le strade del piccolo e inerpicato borgo di Rocca di Papa. C’era stata la mobilitazione antifascista e antirazzista del 2018, quando molte persone solidali accorsero in difesa dei migranti appena sbarcati dalla nave Diciotti della Guardia costiera e ospiti in una struttura sulla via dei Laghi, all’esterno della quale si erano raggruppati i soliti nuclei delle più note sigle neofasciste romane. Ma la memoria storica corre molto più indietro, prima ancora delle lotte per l’istituzione del Parco, addirittura prima della nascita delle organizzazioni di massa. A metà del XIX secolo, i rocchigiani insorsero contro gli abusi dei principi Colonna e per il rispetto degli usi di legnatico (la raccolta del legno concessa per consuetudine ai contadini). Da queste parti il processo di smantellamento degli usi collettivi fu lo strumento della definitiva “recinzione” delle terre. Un caso emblematico è quello del castagno, principale vittima del disboscamento attuale. La richiesta di legname già dal XVI secolo spinse il governo pontificio a sostituire i boschi originari (oggi ridotti a poche aree) con il più proficuo castagno, ma la scelta fu orientata anche da una legge che liberava i proprietari dagli usi collettivi qualora la loro terra fosse adibita ad alberi da frutto. Molti proprietari di boschi trovarono utile allora trasformarli in castagneti, così da tenere lontana la povera gente dal libero uso del bosco.

Questi processi non furono indolori e le comunità provarono a resistere fino alla prima metà del secolo scorso. A Rocca di Papa tutto ebbe inizio all’alba del primo maggio 1855, quando duecento contadini marciarono per invadere i terreni dei Colonna. Affisso un manifesto contro le autorità, i paesani proclamarono la Repubblica di Rocca di Papa e innalzarono nella piazza del paese l’albero della libertà: un berretto rosso giacobino sulla cima di un palo di legno. Non sappiamo quanto durò l’esperienza di autogoverno (forse un giorno, forse qualche settimana), né i nomi delle persone coinvolte nella rivolta e nei successivi arresti. Sappiamo solo che la milizia del papa riuscì in pochissimo tempo a sedare il tentativo rivoluzionario. Rimane un importante episodio di insurrezione contadina nella provincia romana, nonché un esempio lampante di quanto sia radicato il rapporto viscerale di questa comunità con il bosco, con la sua concezione di “common” da difendere a ogni costo.

La funzione sociale del bosco non nasce nell’ambito della produzione, dunque, quanto dalla riproduzione sociale delle comunità, proprio perché questo aveva rappresentato per millenni una risorsa libera e utile ai processi di sopravvivenza collettiva – benché nell’ambito di rapporti feudali –, come appunto la raccolta, la caccia, la protezione da incursioni esterne, i rituali religiosi. Nell’era moderna, la tensione tra produzione e riproduzione è diventata conflitto: ai giorni nostri il bosco dei Castelli è una risorsa per il profitto delle aziende del legname, ma è anche epicentro del riposo di migliaia di famiglie lavoratrici, luogo di svago, percorrenza, fruizione culturale, economie tradizionali, ambito di accoglienza di viandanti e viaggiatori (laddove, in parte, riesce a resistere al turismo di massa), protezione non solo dall’espansione urbana ma anche dai cataclismi climatici, casa inviolabile di specie vegetali e animali. La produzione di legname, a oggi, non sembra portare alcun tipo di beneficio alle comunità: ai Castelli si tagliano più alberi di trent’anni fa ma non si produce neppure un mestolo di legno. È il capitalismo estrattivo, che toglie al territorio senza restituire niente, neppure all’interno di un indotto. In questo contesto il bosco dei Castelli rappresenta di fatto la frontiera tra iper-sfruttamento delle risorse e spazio ri-produttivo sul territorio. Ennesimo suolo conteso tra interessi divergenti: miniera per gli speculatori ma anche ultima terra comune, percorribile e collettiva per gli abitanti ai suoi margini, ben consapevoli dell’importanza della difesa del bosco. (lorenzo natella)

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