L’ulitmo mese alle Vele. Un diario di campo

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L’ulitmo mese alle Vele. Un diario di campo
(disegno di mario damiano)

Il 28 marzo la giunta Manfredi ha approvato in via definitiva il “Documento di indirizzo alla definizione delle funzioni” che contiene i dettagli sul futuro utilizzo della Vela celeste, i cui spazi dovrebbero essere destinati, tra gli altri usi, ad alloggi universitari, uffici, asili nido. L’azione rientra nel più ampio programma Restart Scampia, un grosso intervento di rigenerazione urbana che, tra luci e ombre, ha comunque il merito di aver messo la parola fine a trent’anni di quello che si potrebbe definire un “disastro abitativo”. Una buona parte del merito va dato a generazioni di abitanti che hanno lottato perché gli fosse riconosciuto il diritto a una casa dignitosa.

Il testo che segue è il diario di campo di un mese passato alle Vele di Scampia da uno dei nostri più giovani redattori. Prova a raccontare un momento complesso e pieno di contraddizioni come quello delle ultime ore passate negli edifici e nelle case dagli abitanti superstiti.

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L’incontro con le Vele è stato impattante, sembrano tutto fuorché delle vele, sono imponenti, enormi, rovinose. Cerchiamo di entrare all’interno in maniera silenziosa, parliamo a bassa voce, i nostri passi sono attenti a non calpestare cose che possano fare rumore, provando a non disturbare le persone che non hanno altro da fare se non chiudere in enormi pacchi tutte le cose che avevano in casa, portare giù i mobili e tutto quello che rimane della loro vita passata lì dentro.

Il primo incontro è con Salvatore, dimostra circa quarant’anni, i suoi vestiti sono sporchi di polvere. Ci chiede cosa stiamo facendo. La curiosità lo spinge a invitarci a casa sua, o per utilizzare un suo termine “quello che ne rimane”. L’abitazione ormai è spoglia, non c’è più niente se non qualche mobile che non era necessario.

I traslochi, ci spiega Salvatore, sono autonomi. Ognuno entra in casa e recupera quello che reputa necessario, alcuni lasciano mobili che non riescono a trasportare, altri invece li distruggono per non lasciare nulla “in mano ai rom, che recuperano qualsiasi cosa”. Molti invece scelgono in maniera autonoma di togliere i fili di rame e di ferro e lasciarli fuori la porta, così da evitare che qualcuno possa entrare nelle loro case.

Salvatore continua raccontandoci la sua vita, la storia di quella casa, il tempo che lui e la sua famiglia hanno speso li dentro. «I pranzi d’estate – dice – erano fatti fuori ai ballatoi, ora li vedete sporchi e trasandati ma prima ognuno puliva e dava una mano a tenere ben curato questo spazio. Io ho vissuto quarant’anni qui, prima c’erano i miei genitori, su tutta la balconata vivevano tre famiglie, tutti miei parenti. Qui ci sono nati i miei figli, è difficile toglierli da questo spazio. Quando mi mureranno la casa non voglio vedere, vorrei scrivere una poesia, sfogarmi in qualche modo».

Vado via pensieroso. Salvatore mi ha fatto capire che ogni muro di quella casa è ancora vivo. Incontriamo Valentina e sua cognata, notiamo la loro curiosità e chiediamo di poter entrare, fotografando quello che ne rimane. Anche la casa di Valentina è stata lasciata, ma a differenza di tante altre persone lei ha distrutto ciò che ne rimaneva, in attesa che venisse murata. In questa Vela Valentina ci è nata, cresciuta e ha fatto a sua volta nascere e crescere i suoi figli. Ci mostra la loro stanzetta, dove appesi al muro ci sono ancora i puzzle. «Ne ho troppi, i miei figli ne fanno troppi», continua raccontandoci di sé. «Qui ci sono cresciuta, poi la mia vita e le mille pazzie che ho fatto mi hanno portato lontano. Quando ero una ragazzina mi sono messa con un ragazzo che faceva, diciamo, delle cose… mio padre non voleva e così un giorno sono scappata e insieme a questo ragazzo siamo andati a vivere nella Vela Celeste. Dopo qualche tempo la nostra storia finì e io andai a lavorare in Germania. Un giorno mi chiama mio padre e mi dice: “Vale, ricordati che ti amo”. L’avevo sentito strano. Nonostante avessimo un buon rapporto non mi aveva mai detto una frase del genere. Dopo poco venni a sapere che non c’era più. Questa cosa mi ha fatto tornare e rimanere qui. Per me è importante raccontare che non siamo come ci hanno sempre dipinto: fa comodo dire che nelle Vele c’è solo la malavita. Qui sono venuti in tanti, hanno girato i film e se ne sono andati, senza mai chiederci di cosa avessimo bisogno. Io lavoro, mio marito mette la fibra in giro per l’Italia, mio padre faceva l’infermiere».

Dopo aver raccolto ognuna delle interviste ho sempre avuto bisogno di un po’ di tempo per riflettere su quello che le persone mi stavano dicendo. Mentre riflettevo, spesso mi imbattevo nei muratori in pausa pranzo, alle prese con la “chiusura” delle case. Il loro lavoro è meccanico: caricano il cemento, trasportano i blocchi e murano finestre e porte, chiudendo definitivamente le abitazioni. Durante uno di questi momenti, Luciano ci invita a salire a casa sua e ci racconta la sua storia: «Ho perso mia moglie per un tumore nel 2017, i miei figli vivono per fatti loro, sono rimasto solo, lavoro alla giornata. È difficile così trovare una casa. La gente non ce le affitta, siamo delle Vele, hanno paura, e poi chiedono le buste paga… ma se avessi una busta paga starei nelle Vele?». La sua casa è in disordine, ci sono bustoni e pacchi pieni di cose, mentre parliamo ci offre un caffè. «Io appena trovo qualcosa lascio tutto, anche un buco mi andrebbe bene».

Di fronte all’appartamento di Luciano c’è quello di Paola, una ragazza di ventun’anni con due figli che vive insieme a sua mamma. Ci ha visti arrivare, e si ferma a chiacchierare con noi. Nel corso degli anni racconta di aver visto le cose cambiare ciclicamente: «Quando c’erano i Di Lauro a nessuno fotteva di Scampia. Dopo la faida lo Stato ci ha messo le mani e ha arrestato tutti, ma dopo è tornato il silenzio. Noi non esistiamo, siamo fantasmi, si sono ricordati di noi solo dopo la tragedia della Vela celeste».  

Mentre li saluto e sto per andar via incontro Bruno, che abita qualche piano più sopra. Vive dagli anni Ottanta nelle Vele. Ci sono cresciuti dentro i suoi figli e i suoi nipoti, per questo poco prima che la sua casa venisse chiusa dagli operai ha deciso di rompere un pezzo di muro. «Queste mura hanno portato fortuna a tutta la mia famiglia, devo ringraziarle ed è per questo che le porterò con me», mi dice mentre gli giro un video che posterà su Tik-tok, desideroso di far vedere a tutti quanto quelle mura siano state per lui una fortuna.

PER SEMPRE 901
Le mura sono una cosa che risuonano spesso all’interno delle Vele. Per molti sono diventate, prima di andar via, quadri dove sfogare la propria tristezza, per altri sono stati quaderni dove dedicare delle frasi, sia alla Vela sia alla propria famiglia, e per altri ancora sono stati pezzi di fortuna. Sulle mura c’è scritto di tutto: “Grazie mamma Vela”, “Per tutti sei storia per me resti mamma”, “Per sempre 901”, “804 sarai sempre con me”.

Le Vele nascono tra il 1962 e il 1975, a seguito della legge n. 167. La loro forma è larga alla base, chiudendosi man mano che sale. Si passa da enormi atri al pian terreno ai ballatoi che ti portano all’interno delle case. Al piano meno uno ci sono dei garage, a oggi abbandonati, in altri tempi utilizzati per lo spaccio. L’area iniziale era composta da sette edifici su centoquindici ettari, quattro di questi sono stati abbattuti nel 1997, 2000, 2003 e l’ultimo nel 2020. Facevano parte di un progetto abitativo innovativo per l’epoca, nella ricerca di uno sviluppo per la zona nord di Napoli.

Quando torno, qualche giorno dopo, trovo Luciano ancora lì, come un superstite. Nonostante il diluvio scende a salutarci con un ombrello.

Ci accompagna alla Vela gialla, identica a quella rossa. Troviamo un panettiere che vende porta a porta. Si chiama Enzo e vive qui. Insieme a lui andiamo da Rosaria, che ci accoglie in vestaglia e con i capelli legati. «Vivo qua da buoni trent’anni, fa strano sapere di dover andare via». Anche lei ci racconta delle tavolate d’estate sul ballatoio e dei momenti collettivi. Il suo, nonostante si trovi al terzo piano, non ha altri ballatoi sopra di sé, e questo rendeva ancora più bello in estate preparare tavolate con i vicini alla luce del sole. Le nostre risate svegliano sua figlia, vent’anni, che lavora come volantinista; dice di non voler lavorare a Scampia perché bar e ristoranti pagano troppo poco, «una giornata intera, quaranta euro». Poi rientra in casa, presa dal sonno e ritorna a dormire. Noi restiamo con sua madre e sua “zia” che ha origini in un grosso rione di periferia a Pozzuoli, dal quale provengo anche io.

Qualche ora dopo conosciamo anche Pietro, che ci racconta alcune cose sul riconoscimento delle famiglie all’interno delle Vele. «È stata fatta – dice – una delibera comunale ma circa cinquecento famiglie attendono un alloggio da quindici anni. Qui alcune tra le prime famiglie che hanno occupato sono riuscite anche a vendersi la casa, aggiungendo all’interno del loro stato di famiglia le persone che volevano acquistarla».

Le case sono ormai quasi tutte vuote, c’è desolazione in giro, io cerco di immaginarmi come dovevano essere le Vele piene di gente, e le parole dei veliani mi aiutano non poco. L’acqua si infiltra dappertutto, ci sono perdite ovunque, tra le scale, sui ballatoi. Intercetto di nuovo Luciano, è da poco tornato dalla sede della municipalità: «Sono stato con mia figlia al Comune, sto in lista per il sussidio. Intanto non riesco a trovare casa, e non so come risolvere. Io sono arrivato per primo su questo ballatoio, tutte le persone che vedi sono arrivate dopo: Valentina e la mamma, Paola e tutti i miei vicini. I miei figli vivono lontano: uno a Londra, una a Giugliano, il pullman passa una volta ogni ora e mezza, diventa difficile anche andarla a trovare».  

Le Vele dovevano costituire un vero e proprio modello di città per una fascia media della popolazione, ma le cose cambiarono in fretta già dopo il terremoto del 1980, che portò molte famiglie rimaste senza tetto a occupare alloggi nel quartiere. Questa situazione, unita alla totale assenza dello Stato, creò un forte disagio popolare. Solo diciassette anni dopo le istituzioni presero atto di ciò e l’amministrazione Bassolino avviò l’abbattimento di due Vele, portato poi avanti dal sindaco Iervolino nel 2003. Una scelta radicale e semplicistica, che non ha mai portato le amministrazioni a fare i conti con la situazione reale di quel contesto. Dopo tredici anni, con un’altra delibera comunale, si previde l’abbattimento di tre dei quattro edifici e il recupero dell’ultimo. Il progetto firmato dal sindaco de Magistris è stato portato avanti con il nome Restart Scampia e nel 2020 ha condotto alla demolizione della Vela verde. Da allora, per quattro anni e mezzo, il nulla.

L’ULTIMO GIORNO
Torniamo alla Vela rossa il giorno dopo il nuovo crollo di un pezzo di ballatoio. Troviamo polizia, vigili urbani e pompieri. Tutti sono molto tesi, anche perché molti abitanti sono stati sfrattati senza la possibilità di poter rientrare nelle loro case per prendere i vestiti per la notte. Durante i frettolosi traslochi, una lavatrice è caduta in maniera rovinosa e il peso ha danneggiato un ulteriore ballatoio, creando una buco enorme. Raggiungo Luciano all’esterno, si discute animatamente con la polizia municipale, che invita alla calma. Le persone sono stanche di aspettare. «Ieri ci avevate detto che oggi potevamo salire a prendere almeno le cose principali, mo’ perché so’ cagnate ‘e scene?». Ripenso a quello che mi aveva detto Attilio, per il quale lo sfratto è stato una sorta di liberazione. Mi ha raccontato la sua storia: dopo tanti guai era finito ai domiciliari, quello sfratto per lui è stato un modo per poter uscire dopo anni di reclusione in casa. La polizia lo aspetta giù mentre porta gli ultimi pacchi in macchina. Si sente finalmente libero, «vedere la luce del sole, uscendo, è una liberazione», dice.

Alla Vela gialla la situazione è più distesa. Le famiglie rimaste sono poche, anzi pochissime. Incrocio Rosaria, è fuori con il cane, cerchiamo un confronto, le spieghiamo le nostre difficoltà a interagire con le persone quando il clima generale è teso. Lei ci rincuora, ma alla fine ritorniamo a casa un po’ tristi per il risultato della nostra visita e per qualche rapporto incrinatosi come i ballatoi di quelle Vele che finiamo di calpestare.

L’architetto progettista delle Vele era Francesco Di Salvo, che articolò l’impianto del rione con due tipi di architettura “a tenda” e a “torre”. Il primo è quello che contraddistingue le vele, caratterizzate da questo incontro di due corpi di fabbrica lamellari, separati da un vuoto centrale e attraversati da ballatoi sospesi. Agli inizi le strutture in realtà erano denominate con le lettere dell’alfabeto, Vela A,B,C e D, poi successivamente, dopo l’abbattimento del 2003, fu la popolazione ad aggiungere di fatto la denominazione cromatica.

È passata quasi una settimana quando ritorno. Sono le dieci del mattino e sono da solo. Mi colpisce il silenzio, nella Vela gialla sono state sgomberate tutte le famiglie, nella rossa ne sono rimaste pochissime. È l’ultimo giorno, non c’è più quasi nessuno. A poco più di un mese dai mille rumori che mi avevano accolto, mi ritrovo circondato da un silenzio quasi spaventoso. Chiamo Luciano, che come sempre mi lascia salire. «Non ti posso offrire un caffè perché ho chiuso tutto negli scatoloni», mi dice. A breve arriverà il fratello a prendere gli ultimi pacchi e portarli da lui. Ancora non ha trovato casa, Luciano, andrà a vivere “momentaneamente” da lui al Vomero. Suo figlio ha già portato giù le cose più pesanti, ho immaginato la fatica: una dozzina di rampe di scale con grossi pesi sulle spalle. Paola, invece, è andata con la madre e i figli da sua sorella, come quasi tutti quelli che Luciano mi nomina. Al 9 dicembre, mi sembrano pochissime le persone che sono riuscite a trovare una casa. Ci facciamo un ultimo giro, il panorama è bellissimo, tra cemento, amianto e Vesuvio resto incantato per qualche secondo. “Per tutti sei Gomorra per me sei mamma”, scrive qualcuno. “Ciao Vela, grazie di tutto”, è un’altra delle dediche che leggo. Una personalizzazione di questi edifici che sono stati contemporaneamente casa e prigione, libertà e reclusione. Spigolosi, grigi, in rovina, pronti a essere cancellati dal mondo, conservano un cuore che batte e che è in realtà quello delle persone che ci hanno vissuto. (angelo della ragione)

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