
Il 28 febbraio è stata una data storica per le mobilitazioni di piazza in Grecia. È stata, ormai su questo concordano tutti, anche i media mainstream, la più grande manifestazione mai avvenuta nel paese. Non solo ad Atene e a Salonicco. Nelle piazze di tutte le città e paesi le persone sono accorse per manifestare. Ed è qui, purtroppo, che comincia anche la narrazione dei media stranieri, sicuramente di quelli italiani. Quali sono le ragioni che hanno portato in piazza questo “popolo con le palle”? Nessuno lo sapeva veramente. Sono state abbozzate congetture e approssimazioni. Quando è stato assodato che il motivo erano i cinquantasette morti in un incidente ferroviario avvenuto due anni prima, qualcuno ha detto “ma evidentemente ci sono altre cose”. Non può essere solo questo.
Durante gli anni della crisi, la Grecia, e in modo metonimico Atene, sono diventate per i movimenti di mezza Europa un modello di conflittualità sociale. “Fare come in Grecia”, era uno slogan diffusissimo, che alludeva più agli sforzi muscolari delle piazze, che non alla miriade di complesse negoziazioni e aggiustamenti che gruppi formali e informali, sindacati, persino confederazioni di professionisti si sono trovati a mettere in pratica per far funzionare le reti dal basso che hanno permesso alle persone di sopravvivere con dignità, in un periodo di grande depressione e di prepotenti ingerenze da parte delle istituzioni finanziarie e politiche europee.
Purtroppo, l’Europa della solidarietà e dell’internazionalismo non è stata in grado, come non lo è ora, di costruire uno sguardo e delle pratiche che fossero veramente di supporto, e si è finiti (ora come allora) per parassitare un immaginario conflittuale che era utile all’immobilismo nostrano. Per un curioso cortocircuito, l’anarcoturismo che all’inizio era guardato come la possibilità, sebbene limitata nel tempo, di uno scambio di saperi e pratiche conflittuali, si è trasformato in uno dei motori della gentrificazione di quartieri come Exarchia, per esempio, mecca di questo genere di pratiche che con il tempo si sono fatte sempre meno interessate a una comprensione delle dinamiche interne e sempre più incentrate sull’esperienza individuale. Come scrive il geografo anarchico Antonis Vradis, Exarchia si è sempre caratterizzata per essere il luogo di un “contratto spaziale”: “La peculiare concentrazione di rivolte nel quartiere durante l’era post-dittatoriale in Grecia è […] la manifestazione di una sorta di contratto spaziale, in cui il conflitto locale e la contestazione della sovranità statale persistono all’interno della più ampia riproduzione regionale e nazionale dell’egemonia statale. La reputazione e la continuità di Exarchia come luogo di protesta diventano così spiegabili attraverso un tacito ma duraturo patto tra Stato e società, che permette la prosecuzione della contestazione locale a condizione che essa rimanga anche spazialmente circoscritta”.
Questa condizione ha reso il quartiere il luogo mitico dell’insurrezionalismo europeo, il catalizzatore di una narrazione, non importa se veritiera, ma sicuramente funzionale alla riaffermazione del sé.
Il 28 febbraio scorso abbiamo perso un’altra grande occasione. Lo sguardo coloniale, mitico, ha narrato una giornata complessa e articolata, e ha soprattutto schiacciato tutta la sua portata storica nell’immaginario funzionale che essa evocava: quella di un popolo indomito. Per questo le ragioni della mobilitazione sembravano fuori luogo, inadatte, insufficienti. Cosa c’entra un incidente ferroviario con la rivolta, con il sempre evocato “fuoco greco”? Serve in questo senso fare un passo indietro e spiegare forse dal principio cosa è successo a Tempe più di due anni fa.
Alle 23:21 del 28 febbraio 2023, un treno passeggeri InterCity che correva alla velocità di 160 km/h verso Salonicco si è scontrato frontalmente con un merci che proseguiva in direzione opposta, a 100 km/h, in prossimità della Valle di Tempe, vicino a Larissa. L’impatto ha generato un calore che ha letteralmente sciolto l’acciaio dei vagoni, alcuni dei quali si sono letteralmente disintegrati. E questo sarà un punto importante, che vale la pena tenere a mente.
È stato uno degli incidenti ferroviari più gravi della storia europea dei trasporti su rotaia. Nelle ore immediatamente successive, a una dimissione formale del ministro delle infrastrutture e dei trasporti Konstantinos Karamanlis, è seguito l’arresto del capostazione di Larissa, identificato come unico colpevole dell’errore umano che ha causato l’incidente. Inoltre, “qualcuno” ha dato l’ordine di cementare il luogo dell’incidente, prima che gli ufficiali preposti alle indagini giungessero sul campo, e quando ancora si estraevano letteralmente pezzi di corpi e di effetti personali dal terreno e dalle lamiere. Chi sia quel “qualcuno”, a oltre due anni dall’incidente, è ancora sconosciuto e oggetto di dibattito.
Nella linea ferroviaria Atene-Salonicco, l’unica del paese, mancano i telecomandi indispensabili agli scambiatori e al funzionamento ordinario delle linee, obbligando il personale a comunicare attraverso i propri telefoni cellulari e attivando tutto manualmente; dal 2009 al 2013, nonostante una spesa di 460 milioni di euro e nove diversi contratti, nessun sistema di segnalazione è stato mai installato nei punti critici della linea, come nella Valle di Tempe.
Appena pochi giorni prima dell’incidente, il 24 febbraio, il sindacato nazionale dei ferrovieri aveva rilasciato un comunicato che denunciava la fatiscenza del sistema ferroviario, dichiarando a chiare lettere che “la politica delle privatizzazioni concepita e attuata da tutti i governi, specialmente dalla crisi in poi, ha decisamente peggiorato le condizioni della rete” e che “lo stato di profonda incuria in cui versa tutto il comparto, sia per quanto riguarda i mezzi che il personale”, con sistemi di sicurezza obsoleti e il blocco delle assunzioni dal 1985, metteva in grave pericolo la sicurezza di viaggiatori e personale.
In effetti, dal 2018 al 2020 la Grecia ha avuto il più alto tasso di incidenti ferroviari mortali per chilometro di tutta l’Europa. In un’interrogazione parlamentare sul tema, il ministro dei trasporti si era rivolto con sdegno al sindacato dei ferrovieri per aver mosso tali insinuazioni circa la sicurezza della linea ferroviaria. Pochi giorni dopo è avvenuto lo scontro a Tempe.
Fino al 2017, anno della privatizzazione delle ferrovie greche, come parte delle riforme imposte dalla Troika durante i dolorosi anni della crisi economica, quando Ferrovie Italiane si è assicurata il monopolio del trasporto merci e passeggeri comprando TrainOse per circa cinquanta milioni di euro, il trasporto su rotaia da e verso Salonicco poteva contare su un paio di treni al giorno che ci mettevano parecchie ore (si era soliti dire “una notte”) per connettere le due città.
Tuttavia, da allora TrainOse, rinominata dai nuovi padroni italiani Hellenic Train, si è dotata di “treni veloci” (alcuni vecchi convogli dismessi che Trenitalia ha comprato dalla Svizzera) che riducono il tempo di viaggio a quattro ore e la politica commerciale delle offerte fa talvolta preferire questo mezzo di trasporto alle più comunemente utilizzate corriere. Le infrastrutture di terra e le linee invece sono rimaste “greche”, di proprietà di una partecipata, e versano da anni in uno stato di grave trascuratezza. Proprio questo tema era stato oggetto di forte critica dall’allora opposizione di Nea Demokratia, che riferiva come il governo di Syriza, attraverso la svendita del servizio su rotaia agli italiani, facesse circolare treni troppo “nuovi” su un’infrastruttura fatiscente. Una volta al governo però nessun ammodernamento di questa infrastruttura è mai stato portato in parlamento, nemmeno come proposta.
Nei due anni trascorsi dalla tragedia, il governo ha fatto di tutto per insabbiare le indagini. È servito che il comitato delle famiglie delle vittime e dei sopravvissuti andasse alla Commissione europea a chiedere che l’indagine non venisse chiusa, che si indagasse sulle responsabilità specifiche. Il governo, oltre ad aver cercato di gettare tutta la colpa sul capostazione, ha più volte insultato le famiglie delle vittime accusandole di alzare polveroni per guadagnare più soldi dai risarcimenti.
Un mese fa è stato pubblicato un audio inedito, nel quale si sentono le voci dei passeggeri del treno qualche minuto dopo la collisione, mentre chiamano il pronto intervento chiedendo aiuto. Nel video, che è stato montato dai periti di parte in modo tale da far coincidere i tempi reali dell’impatto con le chiamate dei passeggeri, le persone riferiscono di non riuscire a respirare, di non avere ossigeno. Inoltre, uno studio accurato da parte degli ingegneri di diversi politecnici del paese ha dimostrato che il grande fungo di fuoco scaturito durante l’incidente, sarebbe stato ingiustificato se nel treno merci non ci fosse stato – probabilmente nascosto, visto che il carico dichiarato erano recinzioni metalliche – del materiale infiammabile ed esplosivo.
Queste due notizie hanno aperto una ferita profonda nell’opinione pubblica e già a fine gennaio la gente si è riversata nelle strade in una gigantesca mobilitazione, chiamata dal comitato delle famiglie delle vittime e dei sopravvissuti, per chiedere giustizia.
Dalla pubblicazione di quel video non è passato un giorno senza che alle quotidiane rivelazioni sulla reale dinamica dei fatti seguissero reazioni scomposte da parte del governo, che hanno diffuso la comune percezione che non solo ci fosse qualcosa da nascondere, ma anche e soprattutto che si facesse sempre più difficile arrivare alla verità, e quindi alla giustizia, per le vittime e i sopravvissuti di questo incidente.
In questo clima, il 28 febbraio, a due anni esatti dall’incidente, le persone sono scese in ogni piazza della Grecia e in diverse piazze del mondo, per chiedere giustizia per i morti e per protestare contro i tentativi di insabbiamento del governo. La manifestazione non aveva colore politico e, in effetti, erano svariate le componenti sociali che vi hanno partecipato. Da qualunque parte di Atene si cercasse di raggiungere Syntagma, strade e viali erano colmi di persone che si affrettavano a passo svelto verso il centro della città.
Subito dopo gli interventi delle famiglie da piazza Syntagma e un collegamento con Larissa dove aveva luogo una commemorazione religiosa, sono cominciati gli scontri, al coro di “Mitsotaki gamiese”, letteralmente “Mitsotakis fottiti”, che sono durati alcune ore.
La gestione della piazza da parte delle forze dell’ordine è stata una delle ragioni principali che ha spinto le persone a tornare sul posto anche i giorni successivi. Le cariche violente al corteo oceanico, che faticava a uscire dalla piazza e non trovava vie d’uscita, mentre ai crocevia gli operatori delle ambulanze prestavano aiuto a persone di tutte le età che si erano sentite male per i lacrimogeni o le bombe stordenti, ha suscitato ulteriore sdegno. Tanto che in quella, come nelle altre manifestazioni che da quel giorno si sono succedute a ritmi serrati per le strade, soprattutto di Atene e Salonicco, le persone respinte dalle cariche hanno poi sempre cercato di fare ritorno nella piazza dei presidi.
Questa persistenza, questa volontà di riaffermare la propria contrarietà, non può essere ridotta al momento dello scontro di piazza che pure c’è stato ed è importante. Infatti, già nel corso degli scontri del 28 febbraio, hanno cominciato a diffondersi luoghi comuni e discorsi, ormai noti, sul fatto che ci fossero infiltrati che fomentavano gli scontri tra la folla pacifica che chiedeva solo giustizia.
Se da un lato lo spauracchio dell’infiltrato può essere visto come funzionale alla “pessima reputazione” delle forze di polizia, dall’altra, e questo è il rischio a cui per fortuna molti sono riusciti a dare una risposta forte, è anche una retorica utile a pacificare le istanze radicali e le pratiche che sorgono dalla rabbia autentica di una componente importante della piazza.
Come ha scritto l’antropologo Nikòlas Kosmatopoulos: “La rinuncia alla violenza politica come mezzo di liberazione da parte di alcuni settori della sinistra, in cambio della loro accettazione da parte del sistema borghese, ha come risultato il vedere ovunque agenti infiltrati all’interno del movimento, così come il non ‘vedere’ i movimenti di liberazione violenti del Sud Globale come solidali, vicini e spesso più avanzati – politicamente e strategicamente – rispetto a loro. […] Ciò che ora è necessario è una violenza politica efficace. Scioperi, occupazioni, scontri. Altrimenti, il governo fa finta di nulla (definendo le manifestazioni di rabbia collettiva come ‘cerimonie commemorative’) e investe nella teoria della provocazione per delegittimare la resistenza e guadagnare terreno. Una risposta di massa, organizzata ed efficace alla violenza governativa può diventare la scintilla del crollo, purché avvenga secondo principi di azione collettiva, autodifesa e obiettivi politici”.
Le manifestazioni in Grecia stanno continuando. Pur senza la massiccia portata del 28 febbraio, le persone sembrano non voler lasciare che la morte e la rassegnazione si impossessino delle loro vite. Quello che rimane da capire, ma serve uno sguardo non pruriginoso e più accorto di quello che i movimenti internazionali hanno riservato finora alla dimensione politica di questo paese, è in che modo le istanze di questa grande sollevazione anti-necropolitica, saranno in grado di non lasciarsi incanalare nella politica della rappresentanza e saranno invece capaci, come al momento sembrano perfettamente in grado di fare, di unire i punti di una politica oppressiva e neoliberale che causa morte e distruzione dovunque si posi: dai grandi incendi che devastano il paese ogni estate e che celano, malamente, il progetto di far diventare la Grecia un hub dell’energia “verde” in Europa, alla “rigenerazione urbana” dei grandi gruppi immobiliari greci e internazionali che erode patrimonio costruito a beneficio del turismo di massa e degli interessi finanziari di gruppi multinazionali, sino ai progetti faraonici come quello delle nuove linee metropolitane che hanno messo e metteranno in scacco gli spazi urbani di Atene e Salonicco e l’incolumità di abitanti e passeggeri.
Se la ristrutturazione neoliberale e neocoloniale di questo paese potrà essere messa alla prova da un movimento in grado di reggere lo schianto delle retoriche interne della pacificazione sociale e dello sguardo mitizzante dei suoi osservatori internazionali, sarà la grande sfida dei prossimi tempi. (anna giulia della puppa)